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Archive for settembre 2014

Seduta in cima ai miei pensieri, e sulla terra nuda. L’odore della terra umida mi inumidisce l’anima e l’acre profumare della legna bruciata in un camino mi riconnette con i miei passi. Calpestare il suolo un passo alla volta, respirare ogni singolo accartocciarsi di foglia sotto il peso dei miei piedi stanchi. Trovare riparo tra le braccia di un albero e riposo tra le sue fronde paterne, mie ali eterne. Non ho più bisogno di chiedermi perché tra questa folta chioma verde, tra questo prato accarezzato dal vento… Io sono vagabonda e scalza, il peso delle mura domestiche mi schiaccia, il pensiero della quotidianità mi debilita giorno per giorno.

Ho il mare mosso-

E l’alta marea domina i miei giorni. Sono nata per cantare, ma in prigione non si può senza naufragare. Sono verde tempesta, di speranzosi altipiani e verdeggianti terre lontane, via da qui, via dal costruito paradigma di queste quattro mura. Ho le mie fragole con me, ed i miei sogni stropicciati dallo scorrere del tempo e dalla malinconia. Oh triste mia monotonia, che mi hai rubato le estati più belle, le mie poesie, le caravelle su cui fuggir lontano.

Sono povera di speranza oggi, la macchia verde della mia gioventù s’è arenata sulla sponda dei miei anni. Dovrei essere una donna, dicono, sono invece ancora un’amazzone che ama cavalcare. Legata non posso proprio stare. Ho una mia etica, delle mie necessità, una valigia che mi porto dietro da sempre piena di scarabocchi e vecchie cicatrici, che forse sono tutto ciò che sono, tutto ciò che resta di me, di quel poco che mi è stato tramandato di un’identità a breve scadenza. Ce n’è voluta di pazienza a lasciar andare via tutto, a buttar via chili di zavorre e ricordi fastidiosi. Bisogna essere meticolosi e cominciare, forse, da zero, il nero vuoto d’origine e di eternità, la madre terra, il silenzio, le stelle, l’universo, l’animo umano nella sua più cruda nudità. È perverso scegliere definizioni, sono perverse le etichette e le ossessive perfezioni. Siamo ciò che siamo, anche quando non siamo pronti ad essere, anche quando sopravviviamo a stento all’agonia, al dolore, alla malinconia. Il ticchettare del tempo ci si scandisce dentro come una bomba atomica piazzata a caso lì nel cuore, senza neanche a volte il silenziatore. Ed ogni battito diventa malattia, ci pugnala alle spalle imprevisto mentre siamo impreparati. Animi stolti e innamorati, perpetratori di speranze e sogni vani, di bisogni villani, di umanità, a volte sì, senza neanche dignità. Si perde dignità , fra le lacrime, a volte. A volte sono scosse di dolore a risvegliarci, una pertosse ironica e cocciuta la nostra voglia di vivere, una maledizione! Non ce ne libereremo mai! Non lasceremo mai le mani di coloro che ci hanno insegnato, e in parte saremo loro schiavi e debitori per sempre. Questo è il nocciolo che ci spezza il dente, il nostro essere coerente con ciò che ci è stato inculcato, questo nostro cervello malandato è un peschereccio naufragato aldilà del bene e del male. E questo è il nostro pane: ci nutriamo di luoghi comuni, aspettative, altrui raccomandazioni. E dove siamo noi in tutto questo scorrere irripetibile di vita? Dove siamo noi nella discesa, in questa vita, e poi nella salita?

Tra le braccia del mio albero lasciatemi cantare, lontano dalla monotonia dei giorni e dall’anatomia dei miei ragionamenti cronici. A volte non serve pensare, vivere potrebbe bastare. Bisognerebbe chiudere gli occhi del pianto e assaporare l’infinito per un attimo soltanto. Allora tutto forse cambierebbe… una nuova prospettiva si profila forse all’orizzonte. Ed io guardo il mare, il mare mosso che ho dentro, per raggiungere la linea sottile dove stare in equilibrio tra cielo e mare, tra vivere ed amare, soffrire e poetare.

Non c’è una fine degna di essere scritta! Forse nemmeno un inizio, siamo una linea un po’ bislacca sospesa fra le nuvole. Le nostre lacrime sono il vapore dell’universo, insieme scarabocchiamo la storia del mondo.

Adesso è dolce la mia pena, è quasi sopportabile, non si possono ingoiare le lacrime se si è già colmata la misura. La nostra anima si spande inesorabile all’infinito, e noi viaggiamo con lei, compagni d’avventura. Per quanto faticoso il viaggio ci porterà fortuna, e giungeremo alla meta intatti. Con la pelle profumata di rosa ci sveglieremo dal sogno, un nuovo canto ci sarà assegnato, consoleremo i silenzi del mondo.

La penna, la mia penna, se ne verrà con me, vagabonda per il mondo a disegnare il canto che ho nel cuore, cha sia di sabbia, rabbia, gioia, mare o amore. Imparerò ad amarmi nonostante tutto, nonostante tutte le burrasche, le pietre nere e
le disperazioni…

Io firmerò di nuovo il patto con la vita sotto questo albero e mi sarà resa indietro l’anima smacchiata dal dolore, la compagnia, il riposo.

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