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Libri e sigilli…

Porte chiuse a chiave. Stanze segrete.

Luoghi e pensieri custoditi all’ombra, a volte vite intere.

Farse, copioni, essere o apparire?

Ci sono cose che si svelano all’alba del morire.

ci sono stanze che si schiudono

solo quando le persone non ci sono più…

cassetti che si aprono, verità nascoste

Eredità lasciate postume che perdono di significato

e forse si perdonano più facilmente,

e forse si dimenticano finanche.

Ci sono libri che raccontano di queste storie

Libri che forse noi non leggeremo mai

se non al capezzale di qualche moribondo che

ormai alleggerito dal peso della vita, si netta la coscienza

con tratti di esistenza un tempo tenuti nascosti.

Ci sono posti in cui son conservati libri

ci son sigilli che comunque prima o poi verranno aperti.

Nella notte dei tempi

chiudendo gli occhi qui

noi stupiremo  di risvegliarci altrove

dove i nostri libri avranno ancor valore,

dove tutto il male non verrà scordato, né il dolore.

I libri, sì, verranno letti ancora,

senza riserve, senza sigilli e senza pietà.

Sarà allora forse vera libertà.

Unconditional love

Opale,
Colori sparsi a caso sopra il foglio,
Elettrizzati.
Colori indefiniti, incompresi, disapprovati.
Ribelli e mescolati, ibridi, impazziti.
Scarabocchi di vita
Sprazzi di china
Attimi di tempere, pastelli, penne ed acquerelli
Contorni di piombo
Silenzi di tomba
E nonostante tutto non strappare la pagina…
E nonostante tutto amare…

Tutto all’infuori di niente

come un punto di vista,

la Tua presenza.

Scricchiolio di passi

discreto, attese… e mani tese.

Nel buio ti vedo

di giorno ti seguo

e Tu, identico, non sbagli mai punteggiatura.

Sai tutto e Tutto sei.

Risposta e domanda

fede e dubbio

ansia e riposo

Tensione ed anelito eterni.

500 gr di inquietudine

500 grammi di inquietudine,

quando ti mancan l’aria e le parole.

Quando la mano, costretta, trema

al pensiero del meraviglioso,

e tu non puoi descriverlo che in poche righe.

Come imprigionare un pensiero

con ali troppo grandi per non poter volare.

Come aver visto la luce

e non trovare la chiave per descriverla al mondo.

Impressioni d’inverno

Scrosci di vetri rotti

al propagarsi risentito della pioggia

ostinato il male

aveva permeato la sua mente

fino ad annullarla.

Il silenzio.

La sera rincasava portandosi dietro il suo retaggio di malinconia, i piedi oppressi dai passi percorsi, la vista stanca, le braccia troppo pesanti finanche per portare un bicchiere alle labbra e dissetarsi dall’arsura del tempo.

Cadeva la pioggia e lei la guardava scorrere dalla finestra, incapace di trovare risposte ai suoi perché, su ciò che è stato, che sarà e che è.

Amava. Ma d’improvviso tutto diventava opaco ai suoi occhi, come se l’intero universo si gelasse e perdesse tepore. E lei era oramai incapace di riconoscere la realtà. Il freddo le entrava nelle ossa e non l’abbandonava più.

Faceva male certe volte la vita, come la punta di uno spillo che ferisce un dito troppo ingenuo. Aveva, forse per la prima volta in vita sua… perduto anche le parole…

E cosa farsene di una vita senza sillabe, senza opportunità… temendo sempre il gelo feroce, la morsa gelida che attanaglia il cuore?

La risposta venne dal di fuori: la foresta ululava le sue verità di vita spontanea. Le tigri non fermano i loro artigli di fronte a nessuno.

E fu allora che capì, soltanto allora, che forse avrebbe dovuto dissimulare fino a poter raggiungere la meta. Laggiù dove nulla conta più della capacità di vivere e vivere intensamente, a discapito di tutto, nonostante tutto.

Lui gliel’aveva insegnato, col suo troppo amore che non era mai abbastanza. Con le sue scelte perfette e insindacabili che le avevano spaccato il cuore.

Perché il male, il male fa meno male del bene, del bene necessario, del bene insindacabile.

Perché il male, il male che provava le donava gioia, più di qualsiasi felicità desiderata e inespressa.

Il mare è uno ed uno soltanto e la mèta la si raggiunge soli.

Si chinò sopra la bruma e si mise a soffiare.

Dalla sua bocca uscirono canzoni, meravigliose, che nessuno poté comprendere perché troppo alte.

Era già arrivata in cima e sulla vetta, ad attenderla, c’era soltanto la nebbia.

PARAPRAXES

Immagini nascoste alla coscienza

si celano segrete qui

tra stralci di esistenza.

In questa notte triste in cui

il desco è oramai spoglio

e piatti spettinati, e briciole sulla tovaglia.

Rantola la mia inquietudine

vestita goffa d’abiti usurati

di orgoglio e miseria.

Ed è un memoriale a quei giorni

spesi a tentar d’essere,

tra tutti, me stessa.

Ed eccoli lì tutti adorni

di notti spese a tessere,

trai libri, stanchezza.

Il tempo ci concederà il riposo,

anche, d’amare i nostri umani limiti

noi fragili figli di Eva

tessuti d’argilla e d’alito vitale

di meraviglia e anelito infernale.

Mi manchi, Roma.

Dovessi scegliere un posto
Dove starmene a pensare
Cadrei fra le tue braccia,
Oggi, Roma.
Potrei descrivere in colore questo
Mio dolore, potrei dipingerlo in parole
Ma ne ho in mente solo un’idea,
Indefinito e indefinibile sentore.
Come una manciata di malinconia
Che coglie di sorpresa questa mia monotonia, e le dà sapore.
Fra tutto ciò che potrei dire
Fra tutto questo mio sentire
Solo una cosa affiora tra le rime
Mi manchi, Roma.

Di Te

Un angolo delle tue labbra
dischiuso in un sorriso
spalanca altri universi e
un angolo di Paradiso.

Tempesta

Grida la grandine senza esitazione

risvegliando le coscienze abituate al carico del sonno.

E’ giunta la tempesta e tutto è in discussione

la nave balla tra le onde

feroci ed impazzite.

La bussola non ha più pace

e l’equipaggio, inquieto,

soffre il mal di mare.

Invano i marinai tentano di ammainare le vele.

L’albero maestro sta crollando già.

Nessuno sa cos’altro più accadrà.

E’ tempesta

E’ ira funesta

E’ rivoltarsi intestino

silenzioso del destino.

Ci si interrogherà.

Ci si inginocchierà.

Si resterà, così, in balia della Provvidenza.

Si resterà così, continuando a interrogare la coscienza.

Il vento, forse, porterà risposte.

Il vento, forse, porterà lontano le nuvole di pioggia.

Distrutta, l’Anima, ritroverà la Pace.

Adamo, dove sei?

Adamo, dove sei?

t’ho chiamato nel giardino quel giorno

e non ti ho trovato.

Ti ho cercato in ogni pezzo di mondo

e tu sei scappato.

Stralci di vita strappano

dai rami la tua gioia.

Il tuo bene non ha più sapore

né il tuo mondo alcun colore.

Smarrita la misura, la visione

perduta ogni occasione

ti rifugi nelle pieghe di un frac

e ti senti nudo.

Adamo, dove sei?

mentre il tuo Eden precipita

nel gorgo e tu hai dimenticato

la speranza.

La fede, fortuita circostanza,

troneggia sul tuo collo

come spoglia croce.

Eppure t’ho perduto.

Per sempre ti ho chiamato,

da quella terra rossa

non mi hai riconosciuto.

Adamo, dove sei?

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