Opale,
Colori sparsi a caso sopra il foglio,
Elettrizzati.
Colori indefiniti, incompresi, disapprovati.
Ribelli e mescolati, ibridi, impazziti.
Scarabocchi di vita
Sprazzi di china
Attimi di tempere, pastelli, penne ed acquerelli
Contorni di piombo
Silenzi di tomba
E nonostante tutto non strappare la pagina…
E nonostante tutto amare…
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Tutto all’infuori di niente
come un punto di vista,
la Tua presenza.
Scricchiolio di passi
discreto, attese… e mani tese.
Nel buio ti vedo
di giorno ti seguo
e Tu, identico, non sbagli mai punteggiatura.
Sai tutto e Tutto sei.
Risposta e domanda
fede e dubbio
ansia e riposo
Tensione ed anelito eterni.
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500 grammi di inquietudine,
quando ti mancan l’aria e le parole.
Quando la mano, costretta, trema
al pensiero del meraviglioso,
e tu non puoi descriverlo che in poche righe.
Come imprigionare un pensiero
con ali troppo grandi per non poter volare.
Come aver visto la luce
e non trovare la chiave per descriverla al mondo.
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Scrosci di vetri rotti
al propagarsi risentito della pioggia
ostinato il male
aveva permeato la sua mente
fino ad annullarla.
Il silenzio.
La sera rincasava portandosi dietro il suo retaggio di malinconia, i piedi oppressi dai passi percorsi, la vista stanca, le braccia troppo pesanti finanche per portare un bicchiere alle labbra e dissetarsi dall’arsura del tempo.
Cadeva la pioggia e lei la guardava scorrere dalla finestra, incapace di trovare risposte ai suoi perché, su ciò che è stato, che sarà e che è.
Amava. Ma d’improvviso tutto diventava opaco ai suoi occhi, come se l’intero universo si gelasse e perdesse tepore. E lei era oramai incapace di riconoscere la realtà. Il freddo le entrava nelle ossa e non l’abbandonava più.
Faceva male certe volte la vita, come la punta di uno spillo che ferisce un dito troppo ingenuo. Aveva, forse per la prima volta in vita sua… perduto anche le parole…
E cosa farsene di una vita senza sillabe, senza opportunità… temendo sempre il gelo feroce, la morsa gelida che attanaglia il cuore?
La risposta venne dal di fuori: la foresta ululava le sue verità di vita spontanea. Le tigri non fermano i loro artigli di fronte a nessuno.
E fu allora che capì, soltanto allora, che forse avrebbe dovuto dissimulare fino a poter raggiungere la meta. Laggiù dove nulla conta più della capacità di vivere e vivere intensamente, a discapito di tutto, nonostante tutto.
Lui gliel’aveva insegnato, col suo troppo amore che non era mai abbastanza. Con le sue scelte perfette e insindacabili che le avevano spaccato il cuore.
Perché il male, il male fa meno male del bene, del bene necessario, del bene insindacabile.
Perché il male, il male che provava le donava gioia, più di qualsiasi felicità desiderata e inespressa.
Il mare è uno ed uno soltanto e la mèta la si raggiunge soli.
Si chinò sopra la bruma e si mise a soffiare.
Dalla sua bocca uscirono canzoni, meravigliose, che nessuno poté comprendere perché troppo alte.
Era già arrivata in cima e sulla vetta, ad attenderla, c’era soltanto la nebbia.
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Immagini nascoste alla coscienza
si celano segrete qui
tra stralci di esistenza.
In questa notte triste in cui
il desco è oramai spoglio
e piatti spettinati, e briciole sulla tovaglia.
Rantola la mia inquietudine
vestita goffa d’abiti usurati
di orgoglio e miseria.
Ed è un memoriale a quei giorni
spesi a tentar d’essere,
tra tutti, me stessa.
Ed eccoli lì tutti adorni
di notti spese a tessere,
trai libri, stanchezza.
Il tempo ci concederà il riposo,
anche, d’amare i nostri umani limiti
noi fragili figli di Eva
tessuti d’argilla e d’alito vitale
di meraviglia e anelito infernale.
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Dovessi scegliere un posto
Dove starmene a pensare
Cadrei fra le tue braccia,
Oggi, Roma.
Potrei descrivere in colore questo
Mio dolore, potrei dipingerlo in parole
Ma ne ho in mente solo un’idea,
Indefinito e indefinibile sentore.
Come una manciata di malinconia
Che coglie di sorpresa questa mia monotonia, e le dà sapore.
Fra tutto ciò che potrei dire
Fra tutto questo mio sentire
Solo una cosa affiora tra le rime
Mi manchi, Roma.
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Un angolo delle tue labbra
dischiuso in un sorriso
spalanca altri universi e
un angolo di Paradiso.
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Grida la grandine senza esitazione
risvegliando le coscienze abituate al carico del sonno.
E’ giunta la tempesta e tutto è in discussione
la nave balla tra le onde
feroci ed impazzite.
La bussola non ha più pace
e l’equipaggio, inquieto,
soffre il mal di mare.
Invano i marinai tentano di ammainare le vele.
L’albero maestro sta crollando già.
Nessuno sa cos’altro più accadrà.
E’ tempesta
E’ ira funesta
E’ rivoltarsi intestino
silenzioso del destino.
Ci si interrogherà.
Ci si inginocchierà.
Si resterà, così, in balia della Provvidenza.
Si resterà così, continuando a interrogare la coscienza.
Il vento, forse, porterà risposte.
Il vento, forse, porterà lontano le nuvole di pioggia.
Distrutta, l’Anima, ritroverà la Pace.
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Adamo, dove sei?
t’ho chiamato nel giardino quel giorno
e non ti ho trovato.
Ti ho cercato in ogni pezzo di mondo
e tu sei scappato.
Stralci di vita strappano
dai rami la tua gioia.
Il tuo bene non ha più sapore
né il tuo mondo alcun colore.
Smarrita la misura, la visione
perduta ogni occasione
ti rifugi nelle pieghe di un frac
e ti senti nudo.
Adamo, dove sei?
mentre il tuo Eden precipita
nel gorgo e tu hai dimenticato
la speranza.
La fede, fortuita circostanza,
troneggia sul tuo collo
come spoglia croce.
Eppure t’ho perduto.
Per sempre ti ho chiamato,
da quella terra rossa
non mi hai riconosciuto.
Adamo, dove sei?
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Eyes of the moon
For discovering the mystery
Destiny is hidden in every cloud I see
The night is day
And the day is coming back
Unveiling us new signs
Throughout the mist
It’s time to sleep and to forget
It’ s time to dream and to regret
Stars are shining, staying in their own places
Time is passing, changes all the fates
And you are watching all this paradise, astonished.
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I ♥ LINUX











